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  • Autunno 2018

Dal blog

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Tra mittente e destinatario

Oggi pomeriggio sono andato a imbucare una lettera.
Non lo facevo da anni e giunto davanti all’ufficio postale mi è venuto un colpo nel non trovare il mitico cassettone rosso.
Mi sono guardato intorno ma niente, non c’era, e immediatamente un dubbio ha cominciato a insinuarsi tra i miei passi mentre tornavo a casa: “Ma forse non esistono più… forse ormai puoi spedirle solo tramite gli uffici postali?!”
Ho cercato online e in effetti ho trovato un articolo che diceva: “Le cassette per imbucare le lettere sono ormai in estinzione.”
Un po’ sconsolato ho cominciato a vagare tra i miei ricordi, cercando qualche bel momento legato a una cassetta della posta, a una lettera d’amore, ma sono riuscito a ricordare solo quel brivido che provavo poco prima di imbucare, sapendo che non sarei potuto più tornare indietro, domandandomi venti volte se fosse tutto giusto, mittente, destinatario, il lato della buca.
È quello che continuo a fare anche oggi con le e-mail, ma forse prima era tutto un po’ più poetico.
“Il solito nostalgico! Non ti rendi conto di quanto ti si sia semplificata la vita?”
“Certo, me ne rendo conto, ma vuoi mettere la poesia del vinile?”
“Lasciamo stare.”
(Dialogo tra me e me).
Beh, comunque, proprio quando ormai pensavo d’aver capito che il mondo era irrimediabilmente cambiato, eccola là, accanto a un portone, quasi mimetizzata, piena di adesivi e scritte che sembravano cicatrici, mortificata, con le spalle incollate al muro, come qualcuno che a quel punto preferisce non farsi vedere.
Le ho sorriso, mi sono avvicinato e le ho chiesto: “Ma vengono ancora a ritirare le lettere?”
Nessuna risposta, ma ho deciso di rischiare, in nome dei vecchi tempi, quelli belli, che poi non devo mica spedire una lettera d’amore.
Ho controllato venti volte il mittente e il destinatario, ho scelto con attenzione il lato giusto della buca, ho inserito la lettera tenendola con due dita e poi, dopo un istante, l’ho lasciata cadere.
Brivido.

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Confessione di un complicato

Ho sempre fatto una gran fatica, in tutto, con il mio incedere incerto, a strattoni e la testa sempre piena di pensieri.
Aspetto sempre l’ultimo momento, “sempre al novantesimo”, mi diceva qualcuno, facendo riferimento ai gol in zona Cesarini e cioè segnati all’ultimo minuto o nel recupero di una partita di calcio (come, a quanto pare, aveva il vizio di fare Renato Cesarini, giocatore degli anni ’30).
È come se avessi la necessità di essere quasi costretto. Mi ci devono portare le cose a fare delle scelte, a volte anche ad affrontare i problemi.
E forse me li sono creati tante volte da solo quei problemi, anzi, senza forse.

Sono un insofferente cronico che si arrovella, che negli anni si è fatto i buchi nello stomaco, decidendo spesso di distruggere le cose belle che aveva, per tornare a sentire, attraverso il dolore.
È una cosa folle, lo so, ma l’ho fatto diverse volte.
Nella nostra cultura passa spesso un messaggio pericoloso: il dolore è verità, il dolore è ciò che ti fa sentire davvero vivo, il dolore è ciò che ti riconnette con la parte più profonda di te.
Ho convissuto a lungo con questa idea e devo dire che per chi scrive canzoni i momenti dolorosi sono spesso fonte d’ispirazione, ma non sono tutto, anzi. Pian piano ti svuotano, ti incattiviscono, ti offuscano e ti rendono ancor più fragile.

Anche per questo ho cercato di migliorarmi, di allontanarmi da certe cattive abitudini, di ricostruire e difendere, riscoprire bellezza e farmi ispirare da essa. Ho lavorato molto su questa cosa negli ultimi anni.
Poi un giorno mi è successa una cosa, in un momento molto bello della mia vita, è arrivato il fatidico fulmine a ciel sereno e tutto ciò che avevo intorno è cambiato.
Ci sono cose che succedono improvvisamente e che ti mettono con le spalle al muro, davanti a tutte le scelte fatte, agli errori, le tue inadeguatezze, le mancanze. Sono tutte lì, schierate come un vero plotone d’esecuzione, pronte a fare fuoco.
E per come sei fatto, forse ti va anche bene. Che in fondo quella situazione te la sei andata a cercare, l’hai forse anche desiderata e sei anche tentato di dare l’ordine di sparare.
Ti sei sabotato, in tutti i modi possibili e ora che il sabotaggio è quasi riuscito, pensi che vorresti essere stato più semplice, più connesso con le cose reali, con la parte migliore di te, d’aver capito troppo tardi che c’era un’altra strada possibile, che era tutto un inganno.
Ti maledici, ti odi e in questo modo torni a farti del male.
Ma ho imparato che non è questa la soluzione.
La soluzione è la conoscenza, è riconoscersi, cercare di capirsi a fondo.
C’ho provato in tutti i modi a cambiarmi la pelle e l’anima, ma c’è poco da fare, ho la testa dura e l’ingenuità di un bambino e forse va bene così.
Non potrò cambiare ciò che è stato, ma potrò affrontare ciò che verrà con la consapevolezza di essere complicato, e non è poco.
Che quando poi provi a raccontare tutto questo in una canzone, succede che scopri che non è forse così grave o che, perlomeno, sei meno solo di quanto pensassi.
Che di esseri complicati ce ne sono tanti e alcuni di loro ti scrivono, ti dicono che li hai raccontati, talvolta addirittura salvati.
Bella questa cosa, non credete?
È bello riuscire a raccontarsi ed è bello sentirsi raccontati, capiti.
Mi è successo di incontrare parole che sembravano destinate a me ed è per questo che scrivo canzoni.

 

— Su Panorama.it – 11.06.2018

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